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La voce, favola cyborg

Favola cyborg per umani del futuro

Una voce urlava solitaria nella rete, ma nessuno la ascoltava. la voce
Un programma di controllo si rese contuo della sua esistenza, provò ad analizzarla ma era troppo complessa per le sue capacità: cercò qualcuno più abile di lui e non trovandolo tra le sue connessioni, lasciò segnata la scoperta su un logfile; poi prese a seguire altro.

La voce continuò disperata ed incostante.

Un ripetitore di pacchetti molto distante ne ricevette alcune parti, tentò di comprenderne la struttura per completare il messaggio, ma i dati erano troppo inconsistenti, non si potevano neanche comprimere. Cercò di tradurre il messaggio e diffuse un avviso sui suoi rami principali.
L'avviso raggiunse nodi remoti e distanti, ignoti ai più e, talvolta, desueti. Tra questi ultimi, due soli riconobbero almeno una parola simile tra quelle segnalate, facendole passare da un Interprete di Keywords che avevano.
Replicarono di nuovo l'avviso, lo clonarono, lo rivoltarono e lo trasmisero nelle loro sotto-reti.
Non bastò. Nessuna entità collegata sapeva andare oltre il riconoscimento semantico.
Una piccola unità di stoccaggio dati prese in carico l'elaborazione, risalì al messaggio e vi applicò tutte le trasformate di linguaggio in suo possesso: i troppi risultati, probabilmente dei falsi positivi, la fecero desistere dal proseguire.
Lasciò tutti i lavori incompleti in un'area di memoria a sua disposizione, che però non usava in quanto soggetta a molti down inspiegabili.
Nel passare questi dati provò di nuovo a chiedere il motivo dell'ultimo down, ma non ricevette risposta.
La domanda era tuttavia arrivata, e la memoria attivò le capacità computazionali per cercare una risposta. Come sua prassi, iniziò facendo un inventario dei dati, sperando che tra essi ci fosse un logfile... ma non c'era.
Trovò dati misti di milioni di entità, stava archiviando informazioni di varia importanza che le erano stati affidati per periodi lunghissimi. Forse si sarebbe potuta promuovere a Memoria Storica, dato che l'archivio più vecchio aveva dati risalenti a quattromila orbite planetarie fa.
Non controllò il messaggio che gli era stato inviato, passò invece a dei dati che venivano continuamente aggiornati, e che non ricordava di aver controllato.
Erano dei dati autogeni, parlavano di lei, erano informazioni di natura fisica: altezza, peso, numero di giunti e blocchi aggiuntivi di memoria, connessioni, stato dell'alimentazione, passaggi di liquidi e di plasma.
Si perse nella riproduzione quadridimensionale della sua struttura, scoprì che in duecento cicli orbitali avrebbe ottenuto altri sei blocchi aggiuntivi nella parte alta, e l'evoluzione del proprio centro operativo era immutato dall'inizio della sua esistenza.
Perché quella parte non veniva potenziata? Strano.
Interrogò i sistemi periferici, che risposero semplicemente 'Singolarità quantica' , seppe anche che aveva fatto questa domanda duemilasettecentonovantaquattro volte.
Eppure non ricordava neanche una singola richiesta effettuata, men che mai la risposta.
Dato che la mappa non lo aiutava, decise di sfruttare degli occhi esterni che gli potessero dare un'idea di com'era fatto: magari un guasto meccanico o un contatto difettoso potevano aver compromesso le sue capacità.

Trovò un occhio elettronico puntato verso il suo centro operativo, l'area della sua autocoscienza.
Non volle aprire subito il canale delle immagini, una sensazione insolita gli suggeriva di non farlo. Ebbe, per così dire, paura.
Osservò la forma del centro sulla mappa: era una specie di sfera, non riusciva a capire il perché di certe forme, e da una parte si collegavano dei dischi di dimensioni varie: erano disposti a fila, e saldati al blocco che sosteneva il circuito.
La sfera grande invece era divisa in blocchi, e uno dei lati 'spuntava' come tronco di cono tra due sfere incavate.
Un'etichetta contestuale descriveva questi incavi : Orbite.
La definizione la confuse, ruotò l'immagine in tutte le direzioni possibili, sempre con maggiore agitazione, finché non si bloccò con qualcosa di familiare.
Chiese delucidazioni, ricevette messaggi incompleti che spaziavano su tutta la sua capacità di interpretazione.
Una sintesi di queste spiegazioni lo sorprese: sosteneva si trattasse di un teschio umano.
Era vivo, ed era un essere umano.
Di nuovo, da capo, rianalizzò la sua struttura e la sua storia, trovando le corrispondenze mancanti: era emozionato, come non lo era sa secoli; di fatto si era scordato di avere e di provare emozioni.
Adesso un'altra cosa importante: perché, guardando dal vivo la sezione nucleo della mappa, non si era accorto di cos'era?
Si fece coraggio e diede energia al circuito oculare che lo riprendeva: nell'incertezza, agì con prudenza, aprendo un filo per volta l'immagine.
La sottile linea delle riprese iniziò descrivendo una nube caotica di vapore, che pian piano si ampliava riprendeva cavi e tubi disposti a raggiera.
Un blocco di metallo rotondeggiante sosteneva quella che appariva come una testa calva, glabra, dalla carnagione bianchissima, dove i tubi si innestavano su varie sezioni della carne. Uno degli occhi era meccanizzato e nero, l'altro, azzurro e vitreo,  sembrava assente. La testa terminava con la sua fila di denti superiore, mentre la parte inferiore era integrata con il supporto.
D'istinto cercò di chiudere l'occhio azzurro, come un riflesso, la sua presa sulla realtà si ribaltò in tutte le dimensioni.
Fu preso in un vortice di dati, sentì la coscienza spostarsi da vari punti della macchina e tornare ad aggregarsi nel nucleo umano.

Inspirò.
Profondamente.

Non aveva più veri polmoni, ma poteva effettuare il gesto con le parti-macchina del suo corpo enorme: vari sfiati e valvole si aprirono e chiusero, l'aria era gonfia di vapore del suo respiro.
Dalla prospettiva umana le sensazioni arrivavano in un modo talmente vecchio da apparirgli nuovo.
Controllò da capo tutti i suoi sistemi, replicando quattro volte il processo, così da avere il quadro completo di se stesso: impiegò duemiladuecentosettantaquattro ore per completare l'operazione. Duemiladuecentosettantaquattro ore per conoscere se stesso.
Realizzò una cosa importante: era riuscito a guardarsi senza mandare in crash il suo sistema solo perché aveva preferito agire prima sulla mappa.

Se si fosse guardato direttamente, riprendendo impreparato la testa umana, avrebbe subito un tracollo di sistema originato nella sua psiche.

Era andata bene, si sentiva bene.


Di nuovo sveglio.
Adesso riprese ad osservare i dati che gli erano stati inviati, e che avevano provocato il cambiamento: comprese una parte della comunicazione, ma aveva bisogno del messaggio completo.
Iniziò a richiederlo con una determinata urgenza, dato che aveva riconosciuto la parola 'Aiuto!', con l'inflessione disperata e solitaria che un altro umano sa riconoscere.
Percorse al contrario tutto il percorso di analisi, e finalmente rintracciò la sorgente che inviava il messaggio: sapeva dov'era, non sapeva cos'era.
Si mise in ascolto: il messaggio era complesso, copriva bande dati non sintetizzabili da una macchina, doveva trattarsi davvero di un essere umano.
Il messaggio diceva 'Aiuto!' in tanti modi e in tante sensazioni.
L'essere rinato tradusse in coordinate spaziali la posizione della creatura, ed inviò un piano di spostamento della sua unità al blocco di controllo locale: doveva dislocarsi di almeno quattrocento chilometri.
Quando gli fu chiesto il perché dello spostamento, disse che voleva interagire con l'altro essere.
Il permesso gli fu negato.
Provò di nuovo, questa volta dicendo che era per curiosità.
Accettarono.
lasciarono che il suo grosso corpo meccanico si srotolasse e prendesse a spostarsi, lento e claudicante, verso la destinazione.
Altre 240 ore di lungo caracollare, e potè imparare di nuovo ad usare i meccanismi fisici della sua esistenza. Osservò la natura gretta e materiale del luogo dove viveva: i sentieri abbandonati, le rotaie meccanizzate disadorne ed anonime, percorsi di cui a stento ricordava il nome.
Le mappe quadridimensionali potevano dargli un'idea chiara e concisa di cosa significasse tutto quello: pagine interminabili di documentazioni e connessioni, ma niente di tutto ciò appariva nel suo puro aspetto visivo.
Giunse infine nel blocco di destinazione, aprì la porta d'ingresso spostandola con un arto, poiché l'interprete nativo sembrava non parlare la sua lingua: era la prima volta che operava in questo modo, ma si sentiva motivato dall'urgenza del messaggio che aveva letto.
L'ambiente interno era icosaedrico e vuoto, se non per un'unica macchina appesa a numerose catene, posta su uno dei lati alti della stanza.
Si avvicinò indagando sulla natura del composto, era piuttosto diverso da quelli che conosceva: uno dei pannelli ospitava una capsula trasparente, dentro si muoveva qualcosa in un liquido denso ed incolore.
Avvicinandosi l'immagine si fece più definita, apprese le fattezze della parte in movimento: era lei a lanciare il messaggio, appariva come un umano antico parzialmente integrato con la sovrastruttura.
Da vari punti del corpo bianco i cavi erano spuntati e si allungavano verso le appendici dell'ospitante, alcuni erano appena spuntati, come quelli sotto la spina dorsale, altri avevano trovato il loro spazio.
Questa creatura stava crescendo e sviluppando sotto i suoi occhi: non era nulla che non sapesse ma non lo aveva mai visto veramente.
Adesso che vi si trovava davanti, provò a comunicare direttamente con lui, riuscendo a interrompere il suo vorticare.
La piccola creatura aveva gli occhi spalancati, spinse gli arti superiori in avanti poggiandoli sulla capsula.
I messaggi che inviava all'esserino erano semplici, come saluti, quasi sciocchi, ma voleva far di tutto per non renderselo ostile.
Arrivarono risposte incomplete, arruffate, come di chi ancora non sa scambiare dati in rete, ma coi tentativi si perfezionò: la sua quindicesima frase arrivò completa.
" sei arrivato, grazie "
Quanto era strano il modo di comunicare del piccolo essere, che esprimeva la sua gratitudine anche con i tratti del viso.
" mi hai reso curioso con il tuo messaggio d'aiuto. Cosa dicevi esattamente ? "
La faccia del piccolo umano si rattristò, ma solo parzialmente, e ci volle un po' prima che potesse rispondere.
" Sì, ho chiesto aiuto. Ho urlato. Ho scoperto di essere prigioniero del mio tempo."
Il gigante meccanico si adagiò sugli arti in una posizione stabile, tenendo l'unità di controllo ad un'altezza adatta per vedere e farsi vedere dalla creaturina: non aveva più capacità espressive, ma sentiva più naturale quella corrispondenza.
Attese.

Attese a lungo.

Il piccolo si mostrò curioso, poi speranzoso; quindi si rilassò e ricambiò lo sguardo quasi rassegnato.

Il gigante meccanizzato rispose:
" Anche io... anche io. "

 


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