E' probabile che si tratti di storia nota, ma anche io faccio parte di quei viziati che sfornano un sacco di idee in contemporanea e poi non hanno il tempo per svilupparle: questo il motivo principale per cui ho provato a lavorare in collaborazione con altri gruppi.
Questo lavoro è uno dei più semplici, tra altri del ceppo fantascientifico, che mi son permesso di elaborare in questo periodo.
Una nuova carrellata di argomenti mi sono arrivati leggendo, appunto, la mailing list dei transumanisti italiani
Ma ora basta ciance e schiacciate il bottoncino qui sotto, per poter leggere la storia.
La Luna
favola cyborg per umani del futuro
C'era un tempo in cui qualche sera, ogni tanto, il vecchio Gioacchino prendeva la scala e saliva su fino al cielo per riparare la Luna.
Arrivava così, tranquillo, con una scatola grande quanto lui, che apriva usando tutte e sei le lunghe braccia.Dalla scatola, una scala lunghissima usciva fuori, come da una porta aperta su un mondo a pioli, e saliva
saliva
saliva
e si fermava a due passi dal grosso cerchio luminoso.
Allora Gioacchino, con le sue otto gambe lunghe e filamentose, si annodava le estremità ai vari gradini, e cominciava lento lento a salire.
Arrivava fino in cima, e lo potevi vedere con un grosso cannocchiale, quando dalla cassettina degli attrezzi rossa iniziava ad estrarre i vari oggetti: una mazza, un fischietto, l'olio, i chiodi, due bulloni..
Poi prendeva l'enorme Luna da un lato, spingeva gli strumenti dentro e metteva a posto quel che solo lui capiva, ed in mezz'ora tutto era a posto: l'enorme astro artificiale riprendeva a scorrere sui suoi binari stellati.
Piano piano, di nuovo, Gioacchino spostava gli arti scalino per scalino, sciogliendosi e rilegandosi tranquillo, con quel passo musicale e fantasioso che affascinava tutti.
Quando arrivava a terra, sempre con lo stesso ritmo tranquillo e pacato, spingeva un tasto sulla scatola, così che la scala vi potesse sparire di nuovo dentro, tra sussurri e ticchettii, come un ultimo ritornello d'epilogo.
Senza guardarsi intorno, Gioacchino, riprendeva la scatola chiusa, e, come se mentre lavorava fosse cresciuta una foresta, con movimenti delicati attraversava la folla di osservatori, scivolando tra loro come fossero fronde spontanee nate in quel che per lui era un breve attimo: dall'apertura della scala alla sua chiusura.
Io credo che Gioacchino, se avesse potuto, sarebbe vissuto per sempre su in cima a quella scala.
Per tutto il resto del tempo, faceva finta di non esistere, e si rintanava sempre tra i cunicoli delle abitazioni e delle fabbriche, tranne quando c'era la Luna: la guardava per tutto il suo percorso senza respirare, e quando ella tramontava, gemeva a metà tra il sollievo e la tristezza.
Mi accadde d'incontrarlo, una volta, mentre passava da un tunnel all'altro: si era fermato di fronte ad uno strano topolino, uno di quelli che si usano per pulire i tunnel, che per qualche motivo era diventato tondo e bianco chiaro. Non mi permetto di dire che questo mio pensiero fosse giusto o sbagliato, ma li per li ebbi l'impressione di capirlo: in quel topolino meccanico, lui vedeva un figlio della Luna, e in qualche modo era rimasto sorpreso e curioso, ma non osava toccarlo.
Mi avvicinai cautamente, in modo da non far fuggire nessuno dei due, e questi mi guardò, e per la prima volta comunicò con qualcosa che non fosse la Luna stessa, usando i suoi molti arti per spiegarsi a gesti.
Poi il topolino fuggì per finire i suoi compiti e potersi finalmente riposare, e Gioacchino se n'andò senza salutare, che la Luna vera e propria stava per salire sulla sua rotaia.
Non dissi a nessuno, ne scrissi nulla in proposito, soltanto adesso mi permetto di ricordarlo e compilarne una storia, solo ora che la Luna è caduta fuori dalle rotaie, oltre l'orizzonte della nostra città, e nessuno ha voluto rimetterla in sesto: nemmeno Gioacchino, che vedendola cadere è caduto a sua volta, su se stesso, e tutti i suoi arti tentacolari si son accasciati sul suo corpo, inermi ed arresi.
Non si è più mosso: è rimasto lì, senz'anima.
In molti credono che l'anima di Gioacchino sia ancora nel suo corpo, troppo attonita per la perdita, troppo triste per pensare al suo corpo materiale, e che si sia scavata un guscio impenetrabile che c'impedisce di raggiungerlo.
Penso invece che non sia così, secondo me lui ha seguito la Luna stessa, scendendo assieme a lei in quell'abisso, oltre la città, veloce quanto gli ha imposto la sua disperazione, abbracciando quel Lucifero in rotta per l'inferno come suo unico amore, e rimanendo con questa, solo e lontano; ma forse, felice.

La Luna, favola cyborg per umani del futuro by Joshi Spawnbrød is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Commenti
Fa molto favoletta. Una storia interessante e particolare, anche se, sì, l'uomo della luna è un'immagine classica. Ma l'ovvietà non è necessariamente banalità. Al contrario, a volte le cose più interessanti sono quelle che si considerano ovvie.
Ben scritto.